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Esportare dalla Thailandia con proprietà estera al 100%: guida 2026

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Esportare dalla Thailandia con proprietà estera al 100%: guida 2026

27 settembre 2026

Questo materiale è stato redatto con l'ausilio dell'intelligenza artificiale e verificato da una persona. Responsabilità editoriale: Aster Of Asia Co., Ltd..

Responsabile del contenuto: Leonid Ustinov, Aster Of Asia Co., Ltd.

Redazione di Aster of Asia


Un imprenditore che vuole spedire guanti in lattice da una fabbrica di Rayong verso l'Europa riceve quasi sempre lo stesso consiglio sbagliato: serve un socio thailandese con il 51% delle quote. Non è vero. Se la società vende esclusivamente all'estero e non distribuisce nulla sul mercato interno thailandese, può appartenere a un investitore straniero al 100%.

Questa è un'eccezione diretta prevista dal Foreign Business Act (1999): l'esportazione non rientra tra le attività riservate. Non servono Foreign Business License, azionisti thailandesi né permessi speciali per questa struttura. Serve però disciplina operativa: anche una sola vendita sul mercato interno fa perdere l'esenzione, con sanzioni che vanno da 100.000 a 1.000.000 di baht e fino a tre anni di reclusione per i responsabili.

Risposta rapida

  • La proprietà estera al 100% è disponibile senza Foreign Business License se le vendite sul mercato interno thailandese sono pari a zero.

  • Minimo 2 azionisti (norma in vigore dal 7 febbraio 2023, prima ne servivano tre). Non è previsto il capitale minimo di 3 milioni di baht richiesto per le attività soggette a licenza.

  • L'esportazione è soggetta a IVA con aliquota 0%; l'IVA a monte del 7% sugli acquisti da produttori thailandesi viene rimborsata registrando la società come contribuente IVA.

  • Visto di lavoro e work permit non sono inclusi: per ogni straniero con permesso di lavoro servono 2 milioni di baht di capitale sociale e, generalmente, 4 dipendenti thailandesi.

  • Le esportazioni thailandesi nel 2025 hanno raggiunto 339,6 miliardi di dollari, con una crescita del 12,9% su base annua (dati doganali in dollari).

  • La revisione contabile annuale è obbligatoria anche in assenza di fatturato.

Fatti chiave

  • L'eccezione per gli esportatori si basa sulla destinazione finale del prodotto: materie prime e semilavorati possono essere acquistati o importati in Thailandia, ma il prodotto finito deve uscire esclusivamente verso l'estero.

  • L'aliquota dell'imposta societaria è del 20%. Per le società con capitale versato fino a 5 milioni di baht e fatturato fino a 30 milioni di baht annui si applica una scala progressiva: 0% sui primi 300.000 baht di utile, 15% tra 300.000 e 3.000.000 di baht, poi 20%.

  • La registrazione come contribuente IVA è obbligatoria oltre 1,8 milioni di baht di fatturato annuo, ma per un esportatore conviene registrarsi subito, altrimenti l'IVA a monte diventa un costo non recuperabile.

  • Le materie prime importate, lavorate e riesportate danno diritto al rimborso del dazio d'importazione secondo l'articolo 29 del Codice Doganale (ex articolo 19 bis), se la riesportazione avviene entro un anno.

  • I certificati d'origine (Form D per l'ASEAN, Form E per la Cina, modulo RCEP) sono rilasciati dal Department of Foreign Trade; senza di essi l'acquirente non può applicare le tariffe preferenziali.

  • La registrazione nel sistema e-Customs richiede un certificato digitale e per la maggior parte delle società richiede da una a due settimane.

  • Non esiste un accordo di libero scambio Thailandia-Unione Europea ancora ratificato: i negoziati sono ripresi nel 2023 e restano in corso. A gennaio 2025 la Thailandia ha firmato un accordo con l'EFTA (Svizzera, Norvegia, Islanda, Liechtenstein), ma la firma non equivale all'entrata in vigore dopo ratifica.

Quello che funziona oggi: l'area di libero scambio ASEAN, gli accordi con Cina, Giappone, Corea, India, Australia e Nuova Zelanda, Cile, Perù, oltre al RCEP, in vigore dal 1° gennaio 2022. Per un prodotto con valore aggiunto thailandese, questo significa dazio zero o ridotto in 14 paesi RCEP. Se il mercato principale è la Germania o la Francia, la giurisdizione thailandese non offre preferenze tariffarie: la scelta va motivata con accesso alle fabbriche, logistica e costo di produzione.

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Il punto debole più frequente non è legale ma di cassa: il primo rimborso IVA su un report di esportazione viene controllato con attenzione dal Revenue Department, che richiede fatture, polizze di carico, dichiarazioni doganali e conferma di pagamento dall'acquirente estero. Secondo commercialisti operativi sul campo, i primi rimborsi arrivano in tre-sei mesi, anche con un fascicolo documentale perfetto: questa somma va considerata capitale circolante, non profitto del trimestre successivo.

Una seconda trappola è la tentazione di 'vendere un po' localmente: una partita che non entra nel container, una spedizione di prova a un distributore thailandese, la vendita di campioni in un negozio locale annullano l'esenzione FBA.

La terza riguarda gli azionisti nominee thailandesi: detenere il 51% tramite thailandesi che non hanno versato capitale né partecipano alla gestione è reato sia per il nominee sia per lo straniero. I controlli del DBD su questo schema sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, in particolare a Phuket e Koh Samui.

Una raccomandazione poco diffusa: se l'export annuo dalla Thailandia è inferiore a circa 300.000 dollari, non conviene aprire una società thailandese. Revisione obbligatoria, rendicontazione mensile, assistenza contabile e requisiti bancari costano tra 60.000 e 200.000 baht l'anno prima ancora della prima spedizione. In questi casi conviene acquistare tramite un trader thailandese in condizioni FOB e mantenere l'entità contrattuale a Singapore o Hong Kong. Una società propria in Thailandia si ripaga quando c'è un flusso regolare di container, rimborso IVA e lavorazione locale delle materie prime.

Per chi guarda anche al settore immobiliare come parte di una strategia d'ingresso in Thailandia, il mercato di Phuket resta un riferimento: il lancio dei progetti Pruksa per acquirenti internazionali nell'estate 2026 ha coinvolto circa 200 agenti e tre nuovi progetti presentati sull'isola, segno di un interesse crescente verso strutture di proprietà pensate per investitori esteri.

Come iniziare: passo dopo passo

  1. Verificate la posizione doganale tramite codice HS. Alcune categorie richiedono licenza di esportazione dal Department of Foreign Trade: riso, zucchero, alcuni tipi di legname, prodotti a duplice uso. Questa verifica va fatta prima della costituzione societaria.

  2. Riservate il nome della società nel sistema online del DBD. La riserva dura 30 giorni, è gratuita e viene confermata solitamente in uno-tre giorni lavorativi.

  3. Formulate gli scopi societari (MOA) in modo molto ristretto. Una clausola che menziona il commercio all'ingrosso o al dettaglio interno alla Thailandia tra gli scopi sociali è un segnale d'allarme per la banca e per i controlli, anche se non viene mai utilizzata.

  4. Registrate la società: minimo due azionisti, statuto, elenco azionisti, sede con conferma del proprietario dell'immobile. I tempi di registrazione presso il DBD sono di almeno tre giorni lavorativi con documentazione completa.

  5. Ottenete il codice fiscale e registratevi come contribuente IVA presso il Revenue Department entro 60 giorni dall'inizio dell'attività.

  6. Aprite un conto corrente aziendale. La legge non richiede un direttore thailandese, ma le banche in pratica richiedono la presenza fisica del firmatario e spesso un referente locale. La presenza in loco va organizzata: conviene combinare l'appuntamento in banca con una visita alla fabbrica, poiché rinviare la data fissata dalla banca è complicato.

  7. Registratevi nel sistema e-Customs come esportatore: certificato digitale, iscrizione al Customs Department, eventuale contratto con un broker doganale.

  8. Ottenete l'accesso ai certificati d'origine presso il Department of Foreign Trade, se l'acquirente applica tariffe preferenziali.

  9. Definite la strategia di presenza. Si può gestire da remoto con un commercialista locale, oppure richiedere il work permit: 2 milioni di baht di capitale per straniero più il rapporto di personale richiesto. Un'alternativa per progetti produttivi è la promozione tramite BOI, che riduce alcuni di questi requisiti ma richiede un piano di investimento.

  10. Impostate la contabilità su ciclo mensile fin dal primo mese: PND.53, PP.30, contributi per i dipendenti, revisione annuale. Ricostruire la contabilità in ritardo prima del rimborso IVA costa più che tenerla in ordine fin dall'inizio.

FAQ

Una società esportatrice può vendere qualcosa in Thailandia?

No. L'esenzione dal FBA vale solo se l'intera produzione è destinata all'estero. Per le vendite interne serve una struttura separata, con licenza o controllo thailandese, e le due attività non possono coesistere nella stessa entità giuridica.

Quale capitale sociale è richiesto?

Non esiste un minimo legale per una società esportatrice senza dipendenti stranieri. La soglia di 2 milioni di baht si applica per ogni straniero a cui viene rilasciato un work permit. Il requisito di 3 milioni di baht riguarda le attività soggette a licenza e non si applica agli esportatori.

La proprietà al 100% dà diritto a visto e permesso di lavoro?

No. Sono procedure distinte. Si può possedere la società vivendo in qualsiasi paese, ma lavorarci senza work permit non è consentito, incluso firmare contratti sul territorio thailandese.

Quanto tempo serve per il rimborso IVA?

Mediamente tre-sei mesi per le prime richieste, poi più rapido se il Revenue Department non ha rilievi sui documenti. Si può accelerare con un fascicolo completo: dichiarazione doganale, polizza di carico, fattura, conferma dell'incasso in valuta estera.

Serve un direttore thailandese?

Per legge no. In pratica le banche sono più caute con una società che ha un unico direttore straniero non residente, e possono rallentare l'apertura del conto o chiedere documenti aggiuntivi.

La revisione contabile è obbligatoria anche senza fatturato?

Sì. Il bilancio annuale di qualsiasi società thailandese è soggetto a revisione e va depositato presso il DBD e il Revenue Department indipendentemente dall'attività svolta.

Si può intestare il 51% a un nominee thailandese e vendere sul mercato interno?

È una violazione del FBA con responsabilità penale per entrambe le parti. I controlli sulle strutture nominee sono aumentati e non esiste alcuna protezione per l'investitore straniero in questa configurazione.

Conviene di più una società thailandese o una a Singapore?

Quella thailandese conviene quando si acquista da fabbriche locali, si recupera l'IVA, si lavorano materie prime importate e si utilizzano certificati d'origine. Singapore o Hong Kong sono preferibili quando si rivende semplicemente prodotto thailandese e conta di più l'infrastruttura bancaria con una rendicontazione semplice.

Source: Undersun Estate

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